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Diario di “Per vocazione pellegrino”

A cura di Benedetta Novello

Martedi 24 novembre 2009
I luoghi della Terra Santa nelle testimonianze dei pellegrini cristiani
con Claudio Sensi, italianista

9. Chi ha viaggiato conosce molte cose,
chi ha molta esperienza parlerà con intelligenza.
10. Chi non ha avuto delle prove, poco conosce;
chi ha viaggiato ha accresciuto l’accortezza.
11. Ho visto molte cose nei miei viaggi;
il mio sapere è più che le mie parole.

Siracide 34

Nel diario del pellegrino non c’è spazio per le emozioni.
Ogni singola pagina è una tappa della costruzione della prova.
Ogni racconto aggiunge un tassello alla misurazione della verità.
Ogni annotazione colora di reale il prima solo udito.
Il diario del pellegrino testimonia la presenza e nega il probabile trasformandolo in assioma(tico). Attraverso la triade vedere/scrivere/ricordare, perché il pellegrino è anche scrittore, con la sua capacità di evocare.
Egeria scrive la sua ascesa sulle montagne sacre: il Sinai con i passaggi stretti e le punte piallate dai secoli, il Monte Nebo con l’abisso che realizza insieme al Mar Morto. Tocca quelle pietre, vede le cupole, odora la terra. Segue le orme del Signore, le sposa. E questo è possibile solo perché quelle orme sono state impresse realmente, solo perché quei luoghi esistono realmente, ci sono stati, ci sono, ci saranno.
Il diario del pellegrino è un certificato di veridicità per le Sacre Scritture: ciò di cui esse parlano c’è. Perché è stato toccato da chi poi lo ha raccontato, suscitando sim-patia (SYN con + PATHOS passione, affetto) in chi non ha viaggiato, ma crede. Che Cristo sia passato da quelle terre.
I pellegrini cristiani non hanno un singolo edificio dove recarsi che sia tempio simbolico e unico del pellegrinaggio, [«Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (Corinzi, 6)], ma hanno i Luoghi Sacri: tutti quei posti che, toccati da Cristo, saranno per sempre testimoni della Sua venuta.
Primo fra tutti il Santo Sepolcro, la roccia sopra cui si è concretizzato l’evento che fonda la fede, la resurrezione: in quel punto preciso si narra Egli abbia lasciato il corpo, dando la prova di non essere un semplice uomo. Costantino, dopo aver distrutto il tempio romano dedicato a Venere che lo copriva e nascondeva, vi costruì intorno una Basilica, composta da tre chiese collegate, innalzate sopra tre differenti luoghi santi: una grande basilica (il martyrium), un atrio chiuso colonnato (il triportico) attorno alla tradizionale roccia del Calvario, e una rotonda, chiamata anastasis (”resurrezione”), che conteneva, appunto, i resti della grotta che Elena, madre di Costantino, e Macario, vescovo di Gerusalemme, avevano identificato come luogo di sepoltura di Gesù. Dall’epoca della sua costruzione nel 335, la chiesa del Santo Sepolcro, nonostante le varie distruzioni e ricostruzioni, è stata ed è punto nevralgico del pellegrino cristiano che va per avere testimonianza e testimoniare i Loca Sancta: «permise a tutti quelli che arrivarono di testimoniarne la vista di una chiara e visibile prova delle meraviglie di cui quel luogo era stato un tempo teatro» (Eusebio, “Vita di Costantino”, Capitolo XXVIII).
Molti Padri, in realtà, dicono che non basta andare a Gerusalemme per essere buoni cristiani. Ma di certo aiuta la fede. E chi ci va, ne lascia traccia, disegnando la “città della pace” in ricostruzioni topografiche precise, necessarie come dimostrazione descrittiva della realtà. Le mura, le zone fondamentali, le vie, il De-Cumanus, la porta di Damasco, quella della colonna, un pesce che risale dal Mar Morto con un’espressione sbigottita, il punto in cui Giovanni battezzò Gesù nella parte occidentale del Giordano: tutti riferimenti visivi per fissare i luoghi con le loro valenze eterne.
Arrivati alla meta c’è quell’entusiasmo dell’arrivo [«Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore”. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!» (Salmi, 122)] che spinge a imprimerla sulla carta, nella memoria, propria e degli altri.
Egeria (381-384), Riccoldo da Montecroce (1288-1300), Niccolò da Poggibonsi (1347), Guccio Gucci (1384), Felix Schmidt (1480), Jean Boucher (1611-1612), e tanti tanti altri sono andati, pellegrini; hanno scritto dei loro viaggi; sono rimasti testimoni. Dei Luoghi Santi e di una esperienza indelebile: perché allo spostarsi nello spazio corrisponde un tempo in cui si vive diversamente lo spazio.
E chi lo vive non può non raccontarlo, per la fortuna di noi avidi saccheggiatori di storie pellegrine.

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Martedì 17 novembre 2009
I 108 mila passi verso l’illuminazione: l’iniziazione del Kalachakr
con Lama Sciaciartrul Rinpoce, Buddhismo Vajrajan
e Elena Seishin Viviani, monaca buddhista di tradizione Zen Soto

– Sei per caso un dio?
– No, brâhmana, non sono un dio.
– Allora sei un angelo?
– No davvero, brâhmana.
– Allora sei uno spirito.
– No, non sono uno spirito.
–E allora, che cosa sei?
– Io sono sveglio.

(da Anguttara Nikaya, 4, 36)

Cammina a piedi. Due passi.
Mani giunte, tocca la testa, poi il cuore, poi giù.
Si stende a terra a pancia sotto allungando le braccia più che può.
Si rialza.
Di nuovo.
Due passi. Mani giunte, tocca la testa poi il cuore poi giù. Si stende a terra a pancia sotto allungando le braccia più che può. Si rialza. Di nuovo.
E ancora, e ancora, due milioni di volte fino a Bodh Gaya misura la terra con il corpo, coprendola con tutto se stesso.
Alla meta ha i calli sulle mani e una ferita viva sulla fronte, ma guarda verso l’Ashwattha, l’albero dell’illuminazione, e gli brillano gli occhi, come fossero finestre aperte sull’equilibrio della purezza.

Il vecchio è seduto e, a ogni parola che sussurra, l’incantevole disegno di rughe pesanti si muove come se seguisse il ritmo della meditazione.

Monache composte puliscono le candele al burro, preparandole per l’accensione: la loro fiamma proteggerà le persone malate, ricorderà i morti e rischiarerà la nostra comprensione, la nostra saggezza e conoscenza.

Mani velocissime fanno da mangiare e piedi in fila indiana aspettano il loro turno di passaggio. Mani, ancora, benediscono e danno pillole consacrate ad altre mani che accolgono. Braccia abbracciano un masso in mezzo alla neve e corpi toccano una colonna, ridendo.

Migliaia di persone camminano per 52 chilometri in senso antiorario intorno al Monte Kailash, colorandone la base di umanità in pellegrinaggio.
Il vento sposta le stoffe, fa intravedere le preghiere stampate sopra, mischia i colori dell’altissimo palo, il Tarboche, che uomini in festa stanno innalzando verso il Monastero di Gyangdrak, in una cacofonia di corni, conchiglie e tamburi.

Il documentario “Kalachakra - La ruota del tempo” di Werner Herzog ci fa ammirare cartoline in movimento che narrano alcune delle pratiche fondamentali che i pellegrini compiono nei luoghi sacri del Buddhismo.
Purificanti nella loro difficoltà, sia fisica che mentale: più la fatica è intensa, più è intenso il lavoro interiore che fa avvicinare al risveglio. Ogni azione ha una conseguenza: regna la legge di causa-effetto, per cui le pratiche dei pellegrini, faticose e impegnative, purificano tutto il negativo commesso, in modo che la positività, a poco a poco, riconquisti lo spazio occupato dal suo opposto.
Con nel cuore l’essenza del credo buddhista: amore e compassione. Quando gli oppositori dei meditanti vollero distogliere il Buddha Siddhartha Gautama dallo stato del Samadhi gli tirarono addosso delle frecce, che si tramutarono in fiori, grazie al Suo potere di grande compassione: dall’odio al rispetto, dal negativo al positivo.
Il pellegrino viaggia non per raggiungere la meta ma per purificarsi, passo dopo passo. Visita i luoghi sacri, tanti quanti sono i maestri che li hanno consacrati poiché lì hanno meditato e lì hanno trovato l’illuminazione. E anche le montagne, i laghi, le sorgenti dei fiumi: dimore naturali di divinità. E tutti i luoghi vissuti dal Buddha nelle fasi della sua vita: la nascita, l’illuminazione, il primo ciclo di insegnamenti, il paranirvana.
Per sentire la presenza e la forza, guardando con la mente e il sentimento: «Non posso mostrarti il suo volto, è nei miei pensieri», dice sereno il pellegrino con la ferita sulla fronte e i calli sulle mani.

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Martedì 10 novembre 2009
I racconti di un pellegrino ortodosso
con P. Iossìf Restagno, sacertode ortodosso
e Luca Bistolfi, giornalista

“Per grazia di Dio sono uomo e cristiano,
per azioni grande peccatore,
per vocazione pellegrino errante di luogo in luogo.
I miei beni terreni sono una bisaccia sul dorso
con un po’ di pan secco e, nella tasca interna del camiciotto,
la Sacra Bibbia. Null’altro”
Anonimo, Racconti di un pellegrino russo

Le campane non si fermano, inondano il Santo Sepolcro già pieno di persone e di fiaccole. Invocano, chiamano, aspettano. All’improvviso la tensione, i movimenti, i rumori, i bisbigli aumentano e sfociano all’illuminarsi di una luce. Sembra, banalmente e profanamente, il flash di una macchina fotografica. Ma è ripetuto e gira come una trottola, avvolge lo spazio e circonda le voci. Tocca le fiaccole e si trasforma in fuoco. Una fiamma sacra che all’inizio non scotta, è innocua ma potentissima, nell’unire ancor di più le voci e i sentimenti di chi aspettava la Luce Sacra del Sabato Santo. «Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve» (Vangelo di Matteo, 28): è risorto e si è diffuso in mezzo a noi.
Usciti dal buio, gli ortodossi vivono «la folgore» nella Gerusalemme terrena, in attesa della Gerusalemme celeste, che «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Apocalisse, 21:2) sarà «gemma preziosissima» in cui vivere.
Intanto, si raggiunge Dio e ci si fa raggiungere da Dio attraverso la preghiera. Che ha due direzioni: orizzontale e verticale. Innanzitutto c’è la ripetizione meccanica, non mero tecnicismo, della “Preghiera del cuore”: una preghiera senza interruzione, flusso incessante al ritmo del respiro, esce dal cuore e accompagna il credente nel suo cammino verso l’incontro con Dio. «È proprio vero che nel cuore dell’uomo è nascosta una misteriosa preghiera della quale egli stesso non si rende conto, ma che, operando segretamente nello spirito, spinge ciascuno a pregare come sa e può», racconta il pellegrino russo. Ed essa è anche cura per il nostro cervello, l’arma migliore per combattere la battaglia fondamentale che l’uomo ha: la sua mente. La preghiera è tappa fondamentale e perpetua del cammino spirituale del credente, per intraprendere il quale è necessaria una guida a cui affidarsi come fosse Dio in terra. Nessuno può essere autodidatta: il pellegrino russo vagabonda a lungo per diversi luoghi alla ricerca di «un uomo sapiente ed esperto che [mi] spieghi il mistero dell’orazione ininterrotta e continua che tanto [mi] attrae». Dopo parecchia strada egli incontra uno starets (= un maestro spirituale) che gli fa capire “la preghiera continua”: ora, ad ogni respiro, è pronto ad ascendere a Dio che discende su chi prega. Pronto a una vita spirituale non di intellettualismi ma di autodisciplina, esperienze, vissuto, cose e fatti appresi facendo: «l’ortodossia non s’impara ma si apprende».
Così come i Racconti di un pellegrino russo si vivono affiancando alla lettura una forma di concretizzazione, perché solo se il suo potenziale di parole, percorsi, preghiera, è messo in pratica può dare i risultati di cui parla. Ma per far ciò è necessario il coraggio, perché il viaggio esige uno sforzo, è sacrificio delle proprie energie e del proprio tempo. Ma, in compenso, la marcia è una vittoria sul tempo e una liberazione dalle preoccupazioni e dai dubbi assillanti: attraverso lo «stato imperturbabile del cuore» tutto ciò che si vede, si sente e si pensa viene trasformato in preghiera. E la preghiera trasforma l’uomo.

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Martedì 3 novembre 2009
Pellegrinaggio canonico e pellegrinaggio devozionale nell’Islam
con Fabrizio Pennachietti, orientalista e Claudia M. Tresso, arabista

“Sia lode a Dio che ha dato la terra in dominio
ai Suoi servi affinché vi percorrano ampie strade
e nella terra ha posto le tre tappe del loro destino:
da essa germogliano, a essa ritornano
e da essa, infine, verranno tratti.”
Ibn Juzayy (I viaggi, Ibn Battuta)

La pellegrina accese il carboncino: una nuvola di fumo si levò dal turibolo, riempiendo col profumo d’incenso l’intera Ka’ba. Ma una scintilla fuori controllo incontrò il legno del tempio e l’incendio scoppiò, irreparabilmente.
Nello stesso momento il capitano Pacomio guidava il suo vascello nelle acque del Mar Rosso, quando all’improvviso andò a sbattere contro gli scogli vicino al porto di Gedda: la nave bizantina non si poté salvare dal naufragio.
Un carico prezioso, fu quindi deciso, dovette partire dalla costa verso la Mecca: il legname di qualità della nave ormai arenata divenne materia indispensabile per la ricostruzione del grande edificio cubico.
Altre volte la Ka’ba andò distrutta, ma ogni volta venne ricostruita. E mai perse la sua aura sacralizzante, quella che la rende meta imprescindibile del pellegrinaggio islamico. Luogo solido e massiccio, alto 15 metri e ricoperto da un velario nero, è la “Casa Antica” che, accogliente, diventa per i musulmani il centro del mondo, stella polare attorno a cui rotea circumambulando tutto il loro universo.
Piedi scalzi, capo scoperto, unghie tagliate e peli rasati, ihram bianco senza cuciture, tutti uguali di fronte a Dio, sette volte circumambulano in senso antiorario, partecipando così alla festa: “ïaÿÿ” (il pellegrinaggio) è in ebraico e in siriaco “festa” e “danza sacra”, con la radice strettamente imparentata alla radice ÏWG, che esprime, appunto, un moto circolare. Il pellegrino festeggia se stesso e Dio disegnando dei cerchi con i propri passi nudi intorno al luogo sacro.
Non senza prima essersi purificato: «’erïáñ be-niqqayón kappáy wa-’asobebá ’et-mizbaïaká ’adonáy», «Lavo nell’innocenza le mie mani e giro attorno al tuo altare, Signore» (Sal. 26,6). Egli può avvicinarsi al sacro solo se puro nel corpo e nello spirito, solo se si è reso degno per la presenza divina che emana dall’edificio cubico. Egli diventerà sacerdote: assorbendo la potentissima aurea della Ka’ba assorbirà il diritto di sacrificare. Un viaggio totale in cui il pellegrino va al sacro e diventa sacro.
E insieme a tutti gli altri fa risuonare la sua presenza: «labbayka allâhumma labbayka», «Eccoci a te, o Dio, eccoci!». Mille volte, e mille volte ancora un’eco che gli rimarrà indelebile, ben oltre la cessazione dello stato sacrale. Quando si rimetterà i vestiti usuali e gli ricresceranno i capelli, quando non sarà più scalzo a contatto diretto con la terra, quando ripercorrerà a ritroso le tappe del suo viaggio religioso per tornare a casa - sebbene non più attraverso le antiche strade dei cammelli, ormai asfaltate – e festeggerà il compimento del pellegrinaggio canonico.
E magari lo racconterà, questo safari, per saffara, “togliere il velo da realtà sconosciute”, svelando un’altra faccia dell’Islam, quella frammentaria, del singolo fedele che avrà viaggiato verso la Mecca secondo i propri tempi, ritmi e modi facendo esperienza di un pellegrinaggio non canonico ma devozionale. Come fu quello di Ibn Battuta, Il Viaggiatore dell’Islam, che a 21 anni, giovane e incompleto, si mise in viaggio e vi rimase per ventotto anni. Toccò quarantaquattro Paesi, dal Makreb alla Cina, spinto dalla voglia e dalla necessità umana di “andar per genti”. Alla ricerca di cose tangibili da raccontare e tramandare, fu testimone della piega di un cappello e del calore di una pietra e della ruga di uno sguardo. Ragazzo curioso e affamato, partì da solo, con la compagna di viaggio migliore e perenne, la baraka. La “benedizione” che si trova nei conventi e monasteri sulle strade, nei santuari e nelle scuole, presso la gente che ci ha preceduto nella storia, quella dei sepolcri visitati come musei. Il Viaggiatore dell’Islam ha fatto della sua vita un viaggio con tante mete ma senza sosta e ce ne ha tramandato il racconto. Lasciando che la sua baraka accresca e migliori anche noi, viaggiatori del mondo e dell’umanità attraverso le sue parole. Sperando di saper dire anche noi: «Grazie a Dio, ho avuto quel che volevo quaggiù: viaggiare per il mondo! – e in questo campo, per quanto ne so, ho ricevuto più di chiunque altro. Resta l’aldilà, ma la mia speranza nella clemente misericordia di Dio è grande, e ad essa affido il mio desiderio di entrare in Paradiso».

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Martedì 27 ottobre 2009
Un popolo sempre in cammino
con Haim Fabrizio Cipriani, rabbino

Il Signore disse ad Abram:
“Vattene dal tuo paese, dalla tua patria
e dalla casa di tuo padre,
verso il paese che io ti indicherò”
Genesi, cap. XII

Il popolo ebreo risiede nello spostamento, è il popolo errante, il popolo sempre in cammino, sospeso in un perpetuo movimento di fuori e dentro, andata e ritorno, consapevole della necessità del viaggio, ma ignaro della meta, poiché essa è irrilevante quando essenziale e determinante non è arrivare ma partire, saper lasciare.
Uscire fuori, sradicarsi.
Innanzitutto da sé.
L’uomo esce da sé e diventa ombra (Tzel): solo così è capace di giudicare, contemplare e pregare (Tzalian) se stesso. Si sdoppia per guardarsi con occhi diversi: solo così è pellegrino (Tzalian), “colui che è fuori sede per pregare”. Si allontana per poi tornare dove è, diverso cambiato cresciuto arricchito durante, e dopo, quello che per l’ebreo è il viaggio fondamentale: il movimento dell’anima, il primo sradicamento necessario alla comprensione.
Si muove l’anima ma si muove anche il corpo: per porre una giusta distanza, anche geografica, che dia uno sguardo più consapevole. Cambiare il luogo per cambiare la prospettiva, migliorandola e migliorandosi.
Uscire fuori e sradicarsi.
Dal proprio paese e dalle proprie origini: l’esperienza iniziatica gravita sempre intorno a un allontanamento, un cammino, un pellegrinaggio.
A partire dall’esperienza del primo patriarca dell’Ebraismo, Abramo, che è chiamato a lasciare la sua terra, a uscire fuori dalla casa di suo padre, a sradicarsi dalla sua patria, a sottrarsi alle cause che hanno creato ciò che lui è, per dimostrare che è altro. Deve andare verso un paese che il Signore gli indicherà, ma che ora non importa quale sia: già solo partendo, “passando dall’altra parte”, Abramo si modifica, arricchendosi.
C’è Giacobbe che scappa lontano ma poi ritorna e, attraversando se stesso, da traditore si trasforma in Israele, capostipite delle dodici tribù.
E Giuseppe che, tradito dai fratelli, viene portato in Egitto per essere venduto, rimane lì per parecchi anni da solo per poi perdonare tutta la famiglia e riunirla nella terra dei faraoni.
E Mosè, nato da genitori ebrei, che cresce alla corte d’Egitto ma poi, dopo aver assassinato un egiziano, torna nel luogo da dove era stato costretto a scappare.
Tutti si incamminano perché solo andando si può tornare migliori, solo staccandosi ci si può riunire. Sradicarsi per poi ritrovarsi tutti insieme.
Dove? In Israele: Yisr, “dritto”. Verso? El, “Dio”. Oppure semplicemente “dritto verso”, senza una destinazione chiara: El significa anche solo “verso”.
“Dritto verso” dunque, ma verso dove? Nel «luogo che Egli sceglierà», che non è uno spazio ma un tempo: «nella festa degli azzimi, nella festa delle settimane e nella festa delle capanne» (Deuteronomio, XVI). Il viaggio del popolo ebreo viene ritualizzato attraverso la sua suddivisione in tre feste: tre tappe per un unico percorso d’interiorizzazione. Si tramanda il dove dell’antico popolo d’Israele attraverso il quando delle sue feste fondanti, per conservare e fissare in eterno il senso dell’andare, dell’uscire fuori, dello sradicarsi. Dopo la Pasqua (la nascita del popolo attraverso la sua uscita dall’Egitto) e dopo la Pentecoste (la seconda uscita, da sé stavolta, attraverso l’inizio dell’educazione) c’è la festa di Sukkot, il compimento del destino, l’arrivo. Per sette giorni una capanna diventa la dimora, poco solida e sicura, degli ebrei in festa, che attraverso i buchi del tetto vedono il cielo e accettano l’assoluta fragilità dell’essenza umana. Tutti insieme, sradicati dalle proprie case, tutti pellegrini sotto le stesse stelle, tutti Zel che escono per poi tornare, di nuovo e sempre. Perché il traguardo di tanto viaggiare è la consapevolezza che il viaggio non finirà mai.

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Lunedì 19 ottobre 2009
Andare
con Duccio Demetrio, filosofo

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
I mari del Sud, Cesare Pavese

A passo lento, a volte, più concitato, altre, stasera, nella Sala Grande del Circolo dei Lettori, camminiamo stando fermi. Attraversiamo le voci di Cesare Pavese e di Antonia Pozzi, gironzoliamo fra labirinti, vette, deserti e Campi Elisi, ripercorriamo quelle strade che l’umanità non poteva non percorrere. Andiamo tutti, trascinati da Duccio Demetrio che ci guida con calma instancabile alla scoperta di una filosofia dell’Andare.

Punto di partenza è la stessa parola “andare”, musicale e rassicurante, coniugata sempre al plurale - «andiamo», «andate» - che modifica le proprie lettere quando diventa singolare - «vado», «vai», «va» - e perde coralità, si chiude e interiorizza, diventa fatto privato e condanna assolutamente individuale, turba e rompe l’incanto solidale del gruppo. Le coppie di animali che escono dall’Arca di Noè rimangono incantati dalla possibilità di rinascita, sono pacati e curiosi ma ben determinati. Come gli uomini e le donne che ne “Il quarto stato” di Pellizza da Volpedo, fermati in una fissità particolare, estatica, camminano uniti e decisi verso qualcosa, che sembra prestabilito e inevitabile. E allora l’Andare diventa tragico e drammatico perché significa aderire all’ineluttabile: andare dove non possiamo non andare. Tutti. Anche se evitiamo le trappole e fingiamo immobilità. Tutti, andando, raggiungeremo quel qualcosa che ci aspetta. Andiamo per arrivare.
Dove?

Il professor Demetrio saccheggia con maestria testi sacri, miti e racconti ancestrali: andare è fuggire (dal nemico), tornare (a Itaca), lasciare (Didone), girovagare (per l’Ellade), passeggiare (nei Campi Elisi), cercare (il vello d’oro), inseguire (Chimera), ascendere (al Regno dei Cieli), discendere (nell’Ade).
Ma diventa anche inoltrarsi nella selva oscura degli intrighi dell’esistenza: acquista il suo senso filosofico quando l’individuo si stacca dalla folla degli uomini e diventa Io, Tu, Egli. Ognuno per sé e da sé, ma tutti: solitudine condivisa dell’andare, azione che, sebbene individuale e autobiografica, è sempre epopea dell’Uomo. Io cammino, io arranco, io precipito: l’eremita si separa dal gruppo e si avventura da solo per abitare la propria coscienza e andare.
Dove?

Io mi muovo non solo verso le cose, verso gli altri, ma verso me stesso, dentro me stesso. L’eco dei miei passi risuona in me, che sono soggetto, luogo e meta del mio andare. Sono un randagio, metà pellegrino metà peregrino. Nell’un caso - quando la destinazione è certa e definita - e nell’altro - verso qualcosa che già so non troverò - è sempre necessario un coraggio straordinario, per affrontare il deserto indifferenziato e sterile, la montagna che è precipizio e vetta, il giardino fecondo ma pieno di ombra. Passo dopo passo vado camminando e sento sotto i piedi la terra. Ritorno al corpo, esercito i sensi e mi apro alla sorpresa. Osservo qualcosa ogni volta mai visto e non dico mai che “tutto questo è nulla”. E non mi importa dove arrivo, perché sono già arrivato.

Duccio Demetrio ci ha fatto camminare nella filosofia dell’Andare. Ci ha lanciato come fossimo frecce, allo stesso modo di Zenone. La freccia del filosofo greco appare in movimento ma, in realtà, è immobile così come noi ci illudiamo di andare ma, in realtà, stiamo fermi.
«Abbiamo allora forse parlato del nulla stasera?», conclude il Professore, senza dar risposta. Provocazione da filosofi, paradosso da pensatori, che accompagnerà i nostri passi mentre camminiamo per andare.
Dove?

Benedetta Novello

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