Editoriale

Profeti, eretici, poeti in rivolta, dissidenti non violenti, riparatori di viventi e salvatori di memorie, disobbedienti, custodi del mondo dall’alto di un ramo o dal cuore di un eremo, dissipatori di pregiudizi, guastatori di convinzioni false e spietate, lottatori indeformabili e mai rassegnati, ma anche comunissimi uomini e donne che dal disagio della coscienza hanno tratto un luminoso rifiuto. Sono loro le bocche che dicono: “preferisco di no”.

Un’obiezione ferma e concisa, gentile ma irriducibile, peresprimere il proprio dissenso contro l’opacità dei tempi. Un nodo al fazzoletto per ricordarsi che l’essere umano non è solo ciò che fa, ma anche ciò che sceglie di non fare, di non accettare, di non legittimare.

Un rifiuto che non nasce da ostilità o indifferenza, ma dauno scrupolo interiore che impone di proteggere l’umanità, in se stessi e negli altri, anche quando il prezzo è alto.

Dice “preferisco di no” chi crede che il dolore di un altro essere umano non sia diverso dal proprio, e davanti alle violazioni di dignità e diritti reagisce come limatura di ferro davanti a un magnete: non resta dov’è, perché la sostanza stessa di cui è fatto gli impone di ridurre la distanza,di prendere parte. Ma dice “preferisco di no” anche chisa rimanere al suo posto, perché in alcuni casi il “no” può essere una zavorra preziosa, provvidenziale, che trattiene dall’accodarsi al gregge o dal mettersi a ringhiare con il branco.

È il più minuto tra gli avverbi, il “no”, eppure crepita di vita: è capace di destabilizzare il moto abituale delle cose, di scompaginare idee e posizioni debordando dagli schemi e sfidando gli idoli della neutralità e dell’equivalenza, che vorrebbero mettere tutto sullo stesso piano. È tensione dinamica, vigilia di speranze migliori, resistenza intima che irrompe, smuove e procede. Come l’opera che invade la copertina di quest’anno: troppo costretta tra i confini ortogonali della pagina, già li sfida proseguendo oltre.

“Preferisco di no”. Un soprassalto di consapevolezza che pressioni, recinti e conformismo non riescono a contenere, che mentre nega allo stesso tempo afferma. Che cosa? Che qualcosa di incalpestabile esiste, e bisogna sottrarlo alla morsa del mondo.

Armando Buonaiuto
Curatore di Torino Spiritualità

L’immagine del festival è un’opera di Beatrice Gallori

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