A volte le idee si nascondono dove mai penseresti di trovarle.
Dopo tre edizioni di Torino Spiritualità dedicate a esplorare condizioni che inquietano offrendo però occasioni di trasformazione – la morte, l’errore e il vuoto – la Fondazione Circolo dei lettori e io volevamo mettere piede in territori non meno problematici (compito di un festival culturale è affacciarsi sulla complessità), ma un po’ meno foschi. Quindi, la sera in cui ho iniziato a guardare 28 anni dopo, terzo capitolo della saga post-apocalittica ideata da Danny Boyle, non potevo immaginare che mi avrebbe offerto lo spunto di cui avevamo bisogno.
E invece, ecco comparire in scena il dottor Kelson e il suo tempio di ossa, eretto in una brughiera ormai devastata dal virus della rabbia e infestata da furibonde creature omicide. Perché una simile costruzione? L’emblema della fine del mondo? La lugubre cattedrale di un nuovo culto di morte? Tutto il contrario. Quello che allo spettatore sembra un macabro memento mori, nelle intenzioni del dottor Kelson è un luogo di misericordia, dove gli esseri umani e il loro dolore vengono commemorati e, in qualche modo, riscattati perché sottratti all’oblio. Ricordati che queste vite sono state amate, che hanno attraversato la terra, che ciascuna ha lasciato un calore, una voce, un’impronta: questo dice, nella catastrofe, la costruzione di Kelson. E allora eccola qui la scintilla che cercavamo: memento amoris, “ricordati dell’amore”.

Non “ricordati di amare”, come un imperativo morale rivolto alla volontà, ma più radicalmente “ricordati dell’amore”, come si ricordano le cose che vengono prima di noi e che ci tengono in piedi, nonostante tutto. Una differenza non da poco. Se “ricordarsi di amare” chiama in causa l’azione, lo sforzo, talvolta la prestazione, “ricordarsi dell’amore” chiede memoria: uno sguardo che torni a ciò che già opera, in silenzio, sotto la superficie delle vite e della storia; e che se non elimina il male, di certo ne limita la sovranità. E non solo quella del male, ma ogni forma di sovranità egotica, perché “ricordati dell’amore” significa riconoscere che la relazione viene prima dell’individuo, che il legame precede l’autonomia, che nessuna vita si dà senza essere stata, in qualche modo, accolta.

L’immagine guida che l’artista Sara Zollo ha realizzato per noi, sorta di stemma araldico di forme viventi in connessione, lo afferma con evidenza: dal melograno, frutto che contiene molti, unità nel molteplice evocata anche nel Cantico dei cantici, alle curve esili dei rami, ai fenicotteri e giù fino al volto umano, nulla è isolato. Ogni elemento deriva dall’altro, in una composizione che parla di generazione prima che di sentimento, di appartenenza prima che di identità.

La XXII edizione del festival, che abbiamo voluto intitolare Memento amoris. Nessuno comincia da sé, aspira a fare proprio questo: guardare all’amore non come sentimento privato o promessa di appagamento, ma come trama costitutiva della realtà. Un’architettura, discreta e ostinata, che tiene insieme ciò che tende alla dispersione. E ancora, questo Torino Spiritualità nasce dalla fiducia che tale trama non sia qualcosa di compiuto una volta per tutte, ma sia un tessuto di memoria viva, che ci include e, includendoci, porge a ciascuno un filo. Cosicché non siamo solo eredi di un legame, ma ne siamo custodi e continuatori.

Nel tempo in frantumi che stiamo vivendo, “ricordati dell’amore” è dunque un invito a infittire la trama, permettendo che l’amore ci attraversi e, per nostro tramite, torni al mondo come passione per la vita, compassione per gli altri, calore del pensiero, mutua responsabilità. E tutto ciò, farlo come lo farebbe il dottor Kelson: non per dovere, ma per umana resistenza e riconoscenza.

Armando Buonaiuto
Curatore Torino Spiritualità

 

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